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03/10/2016

La rivalsa dei contributi INPS

L’Agenzia delle Entrate, in sede di controllo formale ai sensi dell’art. 36-ter del DPR 600/73, talvolta disconosce la deducibilità dei contributi previdenziali sindacando, nei fatti, le modalità di esercizio della rivalsa.
Per comprendere al meglio “la genesi” della contestazione, bisogna esporre il quadro normativo di riferimento.
Ai sensi dell’art. 2 comma 3 della L. 233/1990, “il titolare dell’impresa artigiana o commerciale è tenuto al pagamento dei contributi di cui all’articolo 1 per sé e per i coadiutori, salvo diritto di rivalsa”.
Per questa ragione, di fatto, ai fini contributivi, in caso di parentela il socio accomandante viene ad essere iscritto nella gestione previdenziale dell’accomandatario, e tale particolarità ha riflessi sulla deducibilità dell’onere, ammessa dall’art. 10 comma 1 lett. e) del TUIR, secondo cui sono deducibili dal reddito complessivo “i contributi previdenziali ed assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge”.
In ragione del combinato disposto normativo, le istruzioni alla compilazione del modello UNICO PF 2016, a pagina 55, ricalcando quanto previsto per i modelli precedenti, specificano: “in caso di contributi corrisposti per conto di altri, e sempre che la legge preveda l’esercizio del diritto di rivalsa, la deduzione spetta alla persona per conto della quale i contributi sono versati. Ad esempio, in caso di impresa familiare artigiana o commerciale, il titolare dell’impresa è obbligato al versamento dei contributi previdenziali anche per i familiari che collaborano nell’impresa; tuttavia, poiché per legge il titolare ha diritto di rivalsa sui collaboratori stessi non può mai dedurli, neppure se di fatto non ha esercitato la rivalsa, a meno che il collaboratore non sia anche fiscalmente a carico. I collaboratori, invece, possono dedurre i contributi soltanto se il titolare dell’impresa ha effettivamente esercitato detta rivalsa”.
Emerge subito che né la legge, né le istruzioni al modello UNICO specificano in che maniera debba avvenire la rivalsa, quindi, sempre che il contribuente sia in grado di dimostrare il proprio assunto, non ci sono particolari vincoli di forma.
In tema di oneri deducibili, ove il legislatore ha inteso introdurre particolari formalità, ha fatto espressamente riferimento alle modalità di pagamento utili per la deducibilità dell’onere. Basti pensare alla deducibilità delle erogazioni per il sostentamento della Chiesa cattolica (art. 10 comma 1 lett. i) del TUIR), che postula il versamento su conto corrente postale intestato alla stessa (DM 12 dicembre 1988).

 

Diverse volte i funzionari dell’Agenzia delle Entrate, in sede di controllo formale, adottano un approccio formalistico della rivalsa, richiedendo in sostanza che essa venga dimostrata mediante uno spostamento di denaro (che può essere un bonifico) dall’accomandante all’accomandatario, in modo da dimostrare che i contributi sono sì stati versati dal secondo all’ente previdenziale, ma con successiva rivalsa nei confronti del primo.
La pretesa, oltre ad essere davvero troppo formalistica, non ha riscontro normativo, per la ragione esposta.
Molte possono essere le modalità di esercizio della rivalsa, legittime sia sul versante civilistico che fiscale.
Tra le tante, posto che si tratta di società personali, essa può avvenire mediante anticipazione degli utili che la società dovrà corrispondere al socio, specie nella misura in cui questi si rivelino poi capienti.
Pertanto, se l’addebito dei contributi versati all’INPS avviene sul conto della società, può essere provato che la rivalsa è eseguita mediante anticipazione degli utili che la società avrebbe dovuto erogare al socio, senza che sia necessario pretendere un bonifico tra i due soggetti, ovvero l’accomandante e l’accomandatario.
L’art. 2262 del codice civile stabilisce che il diritto alla ripartizione degli utili sorge successivamente all’approvazione del rendiconto, “salvo patto contrario”, e detto patto non postula forme particolari.

 

(Fonte: Eutekne)